venerdì 5 luglio 2013

Fa male ...

Fa male, molto male, in certi momenti, pensare di fare parte della categoria "uomini".
Perchè sarà pur vero che è una categoria nella quale rientrano i caratteri più diversi ma è pur sempre una categoria che annovera, fra i propri componenti, menti talmente malate da riuscire - per la propria incapacità di essere onesti con se stessi e rinunciare al mito del maschio padrone - a commettere le più impensabili atrocità.
Ieri un TG ci mostrava gli stupri di gruppo nelle manifestazioni in Egitto. Stupri che mirano a dissuadere le donne dal partecipare alle manifestazioni.
I femminicidi sono ormai un evento che viene considerato quasi normale.
E sempre si troverà il prete imbecille, virtualmente a braccetto con il maschilista becero, che proclamerà che "le donne se la vanno a cercare se si vestono in modo così provocante".
Ma perchè, mi chiedo sempre più spesso, non ci sono mai donne che cerchino di stuprare un uomo se questo va in giro seminudo? 
Le vittime sono sempre vittime. Non c'è distinzione fra una vittima analfabeta ed una laureata ma un po' più di dolore - appena un poco in più - lo si prova quando un rappresentante della categoria "uomini" calpesta con rabbia, fino a farlo morire, un bel fiore.
E questo, a quei rappresentanti della categoria "uomini" che ancora inseguono l'utopia di una uguaglianza vera, fa male, un male profondo.
Se avete qualche minuto, andate qui:
http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2013/3-luglio-2013/violenza-volevi-parole-d-amore-2221970603613.shtml

mercoledì 12 giugno 2013

Credere. A cosa? E perchè?



Credere. A cosa? E perché?


Mi è stato chiesto di raccontare un poco di me stesso o, per lo meno, del mio concetto di religione.
Sono cresciuto in una famiglia cattolica e, fino alla maggiore età, sembrava impossibile non frequentare la chiesa. Non so quando ho cominciato ad allontanarmene. Forse è stato un lento procedere. Di certo non ricordo un momento preciso nel quale ho capito che non mi riconoscevo più in tanti aspetti del cattolicesimo. Ma nemmeno dell’islamismo o del giudaismo.
Non amo le religioni perché, tutte, mi chiedono di spegnere la mia parte razionale per credere in qualcosa inventato da uomini, trasmesso da altri uomini e interpretato da altri ancora.
Non credo che esista una entità che, in un imprecisato momento dell’eternità, ha deciso di creare un universo. E n quell’universo ha deciso di mettere la terra. E su quella terra di mettere un uomo e una donna da cui poi far discendere l’umanità intera.
Tanto per cominciare considero questa idea la dimostrazione della presunzione umana. L’arroganza di pensare che solo noi siamo gli eletti degni di essere stati creati e posti al centro dell’universo. E, per aggiunta, creati a immagine e somiglianza di Dio. Mi guardo  intorno, guardo la TV, leggo le cronache dal mondo intero e mi dico che i casi sono due: o Dio si è distratto durante la creazione e non gli siamo venuti proprio bene, oppure, se davvero siamo la sua immagine, allora preferisco pensare che Lui non esista.
La mia idea della religione? Uomini dotati di una notevole fantasia ma, soprattutto, uomini desiderosi di avere un poter immenso su masse di loro simili, hanno capito che il debole aveva bisogno di qualcosa di soprannaturale in cui credere per potere resistere alla tentazione di arrendersi e rinunciare a vivere. Hanno costruito questo bel castello di fantasie su un essere onnipotente e onnisciente e hanno convinto le masse a credere che, solo attraverso la fede in Lui, si sarebbero potute sollevare dalla loro triste condizione. 
Però DOPO questa vita.
Comodo.
Ci sono momenti in cui, onestamente, invidio chi possiede una fede profonda. Lo invidio perché, davanti alle avversità e alle cattiverie atroci del destino, ha un aiuto in più che lo sostiene.
Io non ci riesco. Io non riesco ad accettare le ingiustizie della vita come prova d’esame per un aldilà nel quale non credo. Non riesco ad accettare gli sgambetti della sorte in cambio di una beatificazione nel giorno del giudizio universale.
Della religione, di quella che mi è stata insegnata a catechismo da bambino, accetto solo un suggerimento: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Il vangelo mi dice che lo ha detto Gesù. Bene, se potessi averlo davanti gli chiederei perché non ha limitato il suo insegnamento a quella frase ma modificandola solo un poco. Perché non ha limitato il suo insegnamento ad una frase che dicesse: “FAI agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
I dieci comandamenti, per la maggior parte sono solo divieti. Ho sempre pensato che vietare è facile come distruggere. Proporre e costruire è un po’ più difficile. 
Per fortuna esiste qualcuno che, all'interno della fede, ci riesce. Preti di strada, volontari che lasciano tutto per aiutare i diseredati, umini e donne che dedicano tutto il tempo che possono ad alleviare le sofferenze altrui. Peccato che, troppo spesso, i "sommi sacerdoti" non sentano la necessità di imitarli. 

   

venerdì 1 marzo 2013

Insofferenza

Invecchiando, probabilmente ci si incarognisce. La saggezza viene con l'età? Non so, non mi pare il mio caso. A me sembra di diventare sempre più insofferente. E negli ultimi tempi ci sono persone ed espressioni che proprio non riesco a sopportare. Fra le persone, al primo posto ci sono le donne che ammirano Berlusconi. Possibile che non abbiano un minimo di dignità, queste donne? Possibile che davvero si sentano compiaciute delle battute a sfondo sessista di questo vecchio in piena tempesta ormonale manco fosse un adolescente. Possibile che riconoscano dignità alle giovani che si prostituiscono per farlo sentire ancora un tombeur de femmes? Mi sembra assurdo ma evidentemente il mio concetto del rispetto che si deve alle donne è particolarmente diverso da quello di queste ammiratrici del vecchio satiro.
Fra le espressioni che proprio mi sono diventate insopportabili c'è : "Io non sono nè di destra nè di sinistra". Che significa? Dimmi, tu che ti senti equidistante, sei per la privatizzazione totale o per lo stato sociale? Sei per il giusto rapporto lavoro/compenso oppure pensi che sia giusto che un abile manovratore, frequentatore delle persone "giuste" guadagni anche mille volte in più rispetto a chi si spezza la schiena ogni giorno? Sei per una scuola statale efficiente o per il privilegio di una istruzione per pochi eletti? Sei per una vita dignitosa anche per coloro che hanno poco o niente oppure per il menefreghismo totale nei loro confronti? Non essere di destra nè di sinistra significa aver solo paura di pronunciarsi, di prendere posizione, di avere una propria idea di stato. In parole povere significa rinunciare a pensare con la propria testa.

giovedì 22 novembre 2012

Cari ragazzi

Domani (sabato 24 novembre 2012) scenderete ancora una volta in piazza per far sì che un sogno diventi, almeno in parte, realtà.
Il sogno di una scuola pubblica seria. Il sogno di una scuola che vi offra edifici solidi e programmi aggiornati. Una scuola che non vi lasci in preda agli interessi commerciali degli editori che ogni anno vi fregano cambiando copertina ai libri di testo solo per giustificare un aumento di prezzo.
Una scuola che obblighi gli insegnanti ad aggiornarsi ma non chieda loro di pagare di persona per l'aggiornamento.
Una scuola che vi insegni un mestiere ma anche vi educhi a saper giudicare con la vostra testa.
Una scuola che, diciamocelo, i governanti non vogliono e non hanno mai voluto perchè, come ben si sa, un popolo istruito e capace di giudicare, non è un popolo-gregge che accetta, senza discutere, a testa bassa, gli ordini del politico-pastore-padrone.
Mi dispiace non essere più - ormai da tempo - un insegnante.
Se fossi ancora in classe, avrei dedicato un po' di tempo del mio insegnamento a spingervi TUTTI a scendere in piazza. Sottolineo TUTTI perchè lo sappiamo da tempo che una certa parte degli studenti troveranno la scusa della manifestazione per andarsene in giro per i fatti loro oppure per farsi un giorno di riposo in casa.
A quelli che parteciperanno alla manifestzione, invece, se fossi ancora lì, in cattedra, chiederei di andarci con tutta la forza di cui possono disporre.
Direi di più. Vi inviterei a scendere in piazza armati di casco (non integrale) e bastoni e senza sciarpe sul volto. E usare quei bastoni per isolare e sbattere fuori dalla vostra manifestazione quei pochi imbecilli, malati di violenza, che ogni volta fanno di tutto per dare di voi una immagine pessima. Quanti saranno? Uno ogni cento di voi? Fossero anche uno ogni cinquanta, pensate a quale forza avete e usatela, quella forza. Non lasciate ai poliziotti violenti la scusa per potere sfogare le loro frustrazioni. Date una mano a quei poliziotti che hanno paura di vedere fra di voi i loro figli. Dategli una mano pestando senza alcuna compassione i profeti della violenza. Perchè ci sono occasioni in cui la libertà, la democrazia, gli ideali, vanno difesi con la forza e magari anche con un poco di sana violenza.

mercoledì 14 novembre 2012

Il valore di una parola

Caro professor Monti,
comincerei con una precisazione proprio perchè le parole hanno un loro valore ed un loro significato che a volte può confondere. Uso l'aggettivo "caro" non con il significato affettuoso che si usa con chi ci sta a cuore ma con il significato di "costoso" perchè questo è quello che lei è diventato da tempo per chi non può godere di un reddito da ricco o discretamente benestante. Le parole, caro professor Monti, come vede hanno un loro peso specifico. E proprio in virtù di questa incontrovertibile verità, vorrei pregarla di non usare più la parola "equità". E la pregherei di estendere l'invio a non usare tale parola anche si suoi ministri. Traggo da un articolo di "Repubblica" questa delucidazione : "Nel linguaggio politico il termine è utilizzato soprattutto per esprimere l'esigenza di rimuovere le distorsioni e le ingiustizie che si formano nella società, a causa di leggi inique (o malamente applicate) che contraddicono il valore fondamentale dell'uguaglianza dei diritti e dei doveri civili e, oggi, fiscali"
E quindi, visto che lei questa parola la usa sempre come indicatore privilegiato della sua azione di governo, devo convincermi che, secondo lei, è un sintomo di equità il fatto che lo stipendio di alcuni massimi dirigenti degli organi istituzionali siano - nel migliore dei casi - un migliaio di volte superiori alla pensione minima di un anziano e - nel peggiore dei casi - un migliaio di volte superiori allo stipendio medio di un lavoratore dipendente.
Secondo lei è un sintomo di equità obbligare a pagare l'IMU quei cittadini che hanno avuto le case invase dal fango delle recenti alluvioni, mentre proprio negli stessi giorni il suo governo studia mille modi per evitare al clero di pagare la stessa tassa sugli esercizi commerciali di cui è in possesso.
Secondo lei è un sintomo di equità che si spendano miliardi di euro per un'opera inutile e dannosa come la TAV Torino-Lione mentre il territorio italiano avrebbe bisogno di almeno una quarantina di miliardi per essere rimesso in sesto, per non parlare delle condizioni in cui si costringono i giovani a studiare.
Secondo lei è un sintomo di equità sottrarre fondi alla scuola pubblica per elargirli alla scuola privata con aiuti che, fra l'altro, vanno contro il dettato costituzionale.
Secondo lei è un sintomo di equità rinunciare a ridurre gli stipendi dei parlamentari ed i loro privilegi ma, allo stesso tempo, ridurre i fondi a disposizione di regioni e comuni per l'assistenza e la sanità.
Potrei andare avanti con l'elenco delle INIQUITA' che il suo governo continua a perpetrare ma penso che sia del tutto inutile. Lei sa benissimo di stare portando avanti un disegno che permetterà ai ricchi di mantenere le loro ricchezze, anzi di incrementarle, e al contempo porterà alla miseria e alla disperazione milioni di persone. Vorrei soltanto che, a questo disegno, lei non apponesse l'etichetta di "equità".
Con profonda disistima.
Eugenio Bianchi - Rimini

giovedì 9 agosto 2012

Fuori di testa ?

NOI che per strada ci salutiamo perchè ci consideriamo una razza a parte. NOI che amiamo la precarietà delle due ruote. NOI che siccome un tetto sulla testa non lo abbiamo, sappiamo che prima o poi ci bagneremo. NOI che sappiamo bene che, se un'auto ci arriva addosso, non disponiamo della corazza che avvolge il suo guidatore e di conseguenza saremo noi a subire le conseguenze peggiori. NOI che nelle giornate torride, con addosso il nostro abbigliamento tecnico aggiungiamo il calore del motore a quello del sole. NOI che nelle giornate fredde ci copriamo ma la punta delle dita ce la sentiamo sempre congelata. NOI che siamo anche talmente pazzi da farci qualche chilometro sulla strada innevata, se la mèta che vogliamo raggiungere ne vale la pena. NOI siamo fuori di testa? Forse sì.
Ma VOI che non rinuncereste per niente al mondo alle comodità della vostra auto, avete mai provato la leggerezza che entra nel cuore prendendo una strada di montagna con calma, piegando dolcemente nelle curve, godendosi lo spettacolo del panorama che si apre tutto intero davanti a voi? VOI che vi sentite così grandi nelle vostre belle auto così grandi, davvero non avete mai provato un po' di invidia quando, fermi da ore nelle interminabili code dell'autostrada, vi siete visti passare a fianco le moto, così scomode ma così agili e così strette da poter passare dovunque? VOI che dovete tenere sempre i finestrini chiusi perchè altrimenti il climatizzatore ... avete mai provato il piacere del profumo del fieno appena tagliato, dei tigli in primavera, del salmastro lungo il mare? E' vero: NOI siamo fuori di testa ma VOI non sapete che cosa vi perdete. :)

sabato 7 luglio 2012

La poesia

Lo ammetto, leggere poesia non è mai stato una delle attività che ho privilegiato. Ma forse è dipeso anche dai miei insegnanti che ben poco facevano per farmela (farcela) apprezzare. Durante l'università ho avuto modo di leggere diversi poeti e mi sono reso conto che sì, Shakespeare, Keats, Byron e altri, potevano darmi qualche momento di emozione ma quelli a cui - a pelle - mi sentivo più vicino, erano i "maledetti", gli irriverenti, quelli che davano scandalo. Un po' come i pittori che mi affascinavano: da Bosch a Caravaggio al tormentato Van Gogh, la follia e la propensione allo sberleffo irridente mi hanno sempre reso cari alcuni poeti. A partire da François Villon che cinque secoli più tardi sarà l'ispiratore di una canzone di De Andrè, per continuare con Cecco Angiolieri e poi via via fino a Allen Ginsberg con il suo "Urlo" nel quale, in due versi, scattò una immagine tragica e vera della "beat generation" la generazione che negli anni '60 si sarebbe trovata a metà fra l'essere battuta e beata: "Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla follia". E dire che, in fondo, la mia vita non è stata improntata alla follia, anzi direi che è stata piuttosto "normale". Però quei poeti mi ispiravano una simpatia che nasceva forse dalla voglia, che così spesso mi sentivo dentro, di mandare a quel paese il collega lazzarone o lo sfaticato di turno, il profittatore e il furbino che pensa sempre di farla franca. La volgia di commentare sarcasticamente le sparate pompose di colui che si reputava importante. Le mie letture, per anni, hanno preso direzioni diverse e da parecchio avevo smesso di andare alla ricerca di poesia. Solo recentemente - devo dire grazie a facebook - ho ritrovato la voglia di leggere qualche verso. Grazie a chi mi ha portato su quelle "pagine" i versi di Alda Merini. E a pensarci bene non è poi così strano che a farmi ritrovare il piacere della poesia sia una donna "diversa", una che soffriva della stessa malattia di un altro maledetto: Baudelaire. Su Wikipedia (come si farebbe se non ci fosse?) ho trovato questa citazione: "Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita."
Come si fa a non riconoscere a questa donna una grandezza che non ha confini? Come si fa a non pensare che, per noi comuni mortali, la pazzia di certe menti è un dono di cui dovremmo essere grati?